Il periodo è complesso. Si muovono tante cose insieme, ma la direzione non è chiara. È come essere in attesa di qualcosa: una rottura, uno spostamento netto, uno di quei momenti che poi, a posteriori, chiameremo “ovvio”.
Oggi è evidente solo una cosa: il futuro sarà molto diverso.
Nel frattempo, l’AI è già entrata nel quotidiano. Nel mio caso, in modo profondo. La uso per sviluppare, per costruire strumenti più “intelligenti”, per informarmi. È diventata parte del flusso. Non accessoria.
Ma la domanda interessante non è quanto la uso. È come la uso.
Un aneddoto banale (ma non troppo)
Parto da una cosa semplice.
Negli ultimi tempi seguo parecchio le dinamiche geopolitiche. Cerco di capirci qualcosa, leggo, confronto fonti. A volte uso l’AI per farmi dare una sintesi delle diverse posizioni, una spiegazione semplice, un primo orientamento. Poi chiedo le fonti e verifico.
Ho una mia “autodifesa”: in genere riconosco il colore di una narrazione. Capisco se tende a spingere, a minimizzare, a polarizzare.
L’AI questo filtro non ce l’ha.
Per gioco ho chiesto: “dammi gli scenari possibili di escalation del conflitto USA-Iran con invasione di Kharviv”.
Intendevo Kharg.
L’AI ha preso per buono Kharviv e ha costruito una dissertazione articolata, plausibile, ben scritta… sull’occupazione di Kharkiv. Che non c’entrava nulla con il contesto.
Domanda sbagliata => risposta convincente => completamente fuori strada.
È facile accorgersene in questo caso. Ma il punto è un altro: lo stesso meccanismo si replica nel lavoro.
Sviluppo: meno codice, più responsabilità
Nel mio lavoro sviluppo software. E qui il cambiamento è netto.
Prima il flusso era abbastanza lineare:
- pensavo una soluzione
- scrivevo codice
- lo ottimizzavo
L’ottimizzazione era una fase strana: a volte tediosa, a volte quasi meditativa. Ti costringeva a rallentare, a entrare nel dettaglio, a capire davvero cosa stavi facendo.
Ora è diverso.
Oggi:
- progetto
- scrivo prompt
- verifico
- correggo
- immagino tutto quello che può andare storto
Scrivo meno codice, ma ho più responsabilità.
Il risultato? Più velocità, sicuramente. Ma anche più stress. E più fragilità.
Perché succedono cose strane:
- l’AI risolve problemi complessi in pochi secondi
- e poi si incarta sull’allineamento di un’icona
- oppure un prompt apparentemente innocuo genera effetti collaterali inattesi
Finché lavori su qualcosa di piccolo, lo gestisci. Quando il progetto cresce, questi comportamenti diventano un fattore di rischio reale.
E cambia proprio il tipo di attenzione richiesta: meno esecuzione, più controllo sistemico.
Scrittura: usare l’AI senza perdere la voce
Anche sulla scrittura il cambiamento è evidente.
Questo articolo, ad esempio, nasce così: lo scrivo di getto. Senza preoccuparmi troppo di maiuscole, punteggiatura, struttura perfetta. Scrivo come se fossero appunti per me, ma già leggibili. Cerco il succo, un minimo di ritmo.
A me, per esempio, piacciono le ripetizioni. Le uso. Le ripetizioni danno respiro, ho imparato ad amarle grazie a Seta, di Baricco.
Poi passo il testo all’AI:
- lo sistema
- lo rende più fluido
- corregge
Ma spesso succede qualcosa: lo snatura.
Quindi faccio più passaggi. E alla fine una riscrittura mia.
Perché se salto questo processo e chiedo direttamente “scrivimi un articolo su X”, ottengo un testo corretto… ma scollegato da me.
E questa cosa si sente.
Sempre più contenuti oggi sono formalmente perfetti, ma senza identità. Senza una persona dietro. E quando non percepisco una voce, tendo ad abbandonare.
Forse siamo ancora nella fase di entusiasmo, dove tutto quello che l’AI produce sembra “abbastanza buono”. Ma ho il sospetto che diventerà presto un limite.
AI e sicurezza: il prossimo scossone?
La riflessione più grossa però riguarda la sicurezza.
Si vedono sempre più esempi di sistemi capaci di analizzare codice e trovare vulnerabilità in modo sistematico. Quasi come se il codice fosse una traccia da seguire, e le falle delle briciole lasciate lungo il percorso.
Se questa capacità scala davvero (vedi ad esempio il recente articolo su Mythos), le implicazioni sono forti.
Domande aperte:
- l’open source diventa più rischioso, perché completamente esposto a analisi automatiche?
- oppure più sicuro, perché le vulnerabilità verranno scoperte prima mediante uso massiccio di analisi con AI?
- nasceranno pipeline obbligatorie di analisi AI su ogni repository?
- pubblicare un plugin (pensiamo a WordPress) richiederà controlli automatici sempre più avanzati?
Non è chiaro.
Ma è abbastanza intuitivo che il mio ruolo, già oggi più spostato su architettura, controllo e correzione, si arricchirà di un ulteriore layer: la sicurezza continua.
E non sarà un dettaglio.
Il paradosso dei costi
Si parla molto di riduzione dei costi grazie all’AI.
Ed è vero, in parte. Alcune attività costano meno, sono più veloci, più accessibili.
Ma emergono altri costi:
- costi di API
- costi di orchestrazione degli agenti
- costi di verifica e validazione
- costi di sicurezza
E mentre gli strumenti migliorano, migliorano anche gli attacchi.
Quindi la domanda è: nel complesso, sarà davvero un risparmio?
Non è scontato.
Software “generato” al volo?
Un’altra direzione possibile è ancora più radicale.
E se passassimo da software costruito a software generato?
Non più un e-commerce definito, WooCommerce, Prestashop, soluzioni custom, ma un sistema che prende un prompt e costruisce “al volo” il tuo sito, adattandolo dinamicamente.
Tecnologicamente non è fantascienza.
Ma a livello di fiducia?
Non so quanto mi sentirei tranquillo ad affidare tutto a un sistema così fluido, così poco deterministico. Ogni richiesta porta con sé una domanda implicita: cosa può essere andato storto? Quali effetti collaterali ha generato?
Con un software “tradizionale” esiste una curva di apprendimento. Più o meno ripida, ma c’è. A un certo punto inizi a conoscerlo, a prevederne i comportamenti, a dominarlo. E questo abbassa lo stress.
Anche quando qualcosa va storto, sai come muoverti. Prendi uno scenario critico: il sito viene compromesso. Hai procedure già collaudate, sai dove guardare, cosa controllare, come intervenire. Conosci i tuoi ambienti, i pattern ricorrenti, sai leggere i log e cosa cercare.
Ci sono infezioni banali e altre molto più complesse, ma in entrambi i casi hai un vantaggio: l’esperienza. Ed è proprio quella che, alla fine, ti guida nelle scelte.
Un sistema che si autogenera, invece, ribalta la logica. Ti spinge a controllare continuamente: leggere i log, verificare ogni intervento, ricostruire cosa è stato toccato e perché.
Perché se qualcosa non funziona, non puoi delegare la responsabilità. L’agente sostituisce l’azione, non la responsabilità. E alla fine, quella, resta sempre tua.
Una nota finale (più umana che tecnica)
Non penso che la tecnologia vada fermata. Non è quello il punto.
Il punto è che qualcosa sta cambiando davvero. E cambierà anche il nostro modo di lavorare, di costruire, di fidarci.
E forse anche il nostro modo di percepire l’umano.
Già oggi esistono agenti vocali estremamente credibili. Tono perfetto, pause giuste, cortesia impeccabile.
Eppure, a volte, si percepisce qualcosa che non torna.
E viene quasi voglia dell’opposto. Di un operatore umano, magari meno perfetto, meno levigato, anche con una punta di scortesia a volte… ma reale.
Forse succederà anche qui: più l’AI si avvicina all’umano, più inizieremo a cercare segnali di autenticità.
Non per nostalgia. Per orientamento.
